Non si possono ridurre, in un singolo fotogramma, tutte le emozioni che Flavio Cobolli ha provato in questi giorni. Da fuori, però, noi spettatori abbiamo colto un grandissimo valore del romano: la sua umanità. [Foto Getty Images]
Mattia Agresti
Non si possono ridurre, in un singolo fotogramma, tutte le emozioni che Flavio Cobolli ha provato in questi giorni. Le lacrime versate sabato dopo il successo in semifinale su Zverev, infatti, dicono tanto. Ma non tutto.
C’era la tensione per un incontro importante; sicuramente, c’era anche la soddisfazione la prima vittoria contro il tedesco, numero 3 del mondo ma suo grande amico sul Tour. C’era sicuramente tutto questo.
Forse, però, quella M e quel cuoricino sul suo manicotto, scritti con un pennarello, nascondono qualcos’altro che noi spettatori non possiamo sapere – e neanche siamo tenuti a farlo.
Lui l’aveva promesso: sarebbe sceso in campo, ogni punto, per Mattia, amico del Tennis Club Parioli che è venuto a mancare, qualche giorno fa.
E noi, da fuori, possiamo solo immaginare quanto fosse forte, in Flavio, il desiderio di vincere e dedicargli la vittoria. Purtroppo, non è riuscito a conquistare anche il titolo, perché sul campo il suo avversario di ieri, l’americano Ben Shelton, è stato più bravo di lui.
Finora, nella sua brillante carriera, la Germania è stata una terra prospera di soddisfazioni per il tennista romano, con la vittoria ad Amburgo, l’anno scorso, come highlight.
Dunque, per mostrare tutto l’apprezzamento nei suoi confronti, prendo in prestito le parole di un tedesco, un grande tedesco come Friedrich Nietzsche: Flavio, sei umano, (ma mai) troppo umano.
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