ZVEREV, QUANDO IL CORAGGIO SCACCIA I FANTASMI

Il tennista tedesco, attualmente n°2 del mondo, conquista a New York il secondo titolo Slam della carriera e prolunga il digiuno degli USA in termini di successi major nel singolare maschile: l’ultimo statunitense ad essersi affermato resta Andy Roddick, allo US Open 2003. [Foto: Pete Staples/USTA]


SORPRESO – Un incredulo Alexander Zverev rivolge gli occhi al tabellone e realizza di aver vinto finalmente l’incontro: non se ne era accorto,
sebbene il pubblico fosse in visibilio e il suo “angolo” si fosse alzato in piedi, con le braccia al cielo. [Foto: USTA]

A lungo, in carriera, il giocatore tedesco è stato etichettato come “eterno incompiuto”, soprattutto per la mancanza di coraggio nei momenti determinanti degli incontri. Ecco: in questo 2026, Zverev ha finalmente aggiunto questo ingrediente al ricettario, dandone dimostrazione negli appuntamenti che contano. E lo si è visto anche nella finalissima contro il tennista americano che, per caratteristiche, ama condurre gli scambi, in particolare con il suo potente diritto mancino.

Nell’arco dei primi due parziali, infatti, lo scenario si è completamente ribaltato: quando Shelton ha avuto l’opportunità di sovrastare Zverev, ha spesso optato – tensione o scelta indotta dall’avversario? – per una soluzione interlocutoria (centrale e corta, oppure angolata e lenta) e mai definitiva.

Ne ha approfittato così il tedesco, che ha messo in mostra i suoi notevoli progressi con il diritto lungolinea: ora, lo adotta con frequenza come colpo d’attacco, non solo come espediente per difendersi.


Nell’analisi ai raggi X dell’incontro, inoltre, non può passare inosservata la bassa incisività in battuta del tennista americano. A lungo, infatti, Shelton ha sacrificato la velocità della sua prima di servizio, preferendo traiettorie precise e lavorate: queste soluzioni, però, non hanno impensierito Zverev che, anzi, ha risposto con continuità e ha messo in difficoltà il suo avversario, reo di aver commesso troppi errori con il primo colpo di rimbalzo.

DATI ALLA MANO – La velocità media della prima di servizio di Ben Shelton durante la finale contro Alexander Zverev è stata di 119 miglia orarie –
poco più di 190 chilometri orari: questo dato testimonia come l’americano abbia privilegiato traiettorie più precise, finalizzate ad allontanare dal
centro del campo il suo avversario. Alla lunga, però, queste soluzioni non hanno portato tanti punti diretti. [Foto: Simon Bruty/USTA]

Nei momenti più importanti dell’incontro, è stato proprio il fondamentale di inizio gioco a scavare un solco tra i due contendenti. Nel primo set, c’è la macchia dei due doppi falli sulle altrettante palle break concesse da Shelton – nel 1° e nel 9° gioco; nel tie-break del secondo set, invece, il tedesco ha servito 4 prime vincenti su 5 punti, mentre lo statunitense ha ceduto i decisivi mini-break (i punti del 2-0 e del 3-0) senza l’aiuto della battuta.

Il blackout di Zverev e, contestualmente, la fiammata di Shelton al termine del terzo parziale, possono essere derubricati a meri episodi di una finale che, nel set successivo, è andata presto nella direzione del numero 2 del mondo.


Ora che si è tolto quest’altra scimmia dalle proprie spalle, il tennista di Amburgo può guardare con ottimismo al resto dell’annata: in vista, c’è la concreta possibilità di raggiungere la prima posizione nel ranking ATP.


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