Mentre la stagione è sul viale del tramonto, il Milan continua a inanellare prestazioni deludenti, contrassegnate da un eccesso di leggerezza. [Foto Getty Images]
Mattia Agresti
«Dobbiamo capire che le partite si vincono dal primo minuto fino all’ultimo, ci vuole concentrazione da subito. Abbiamo sempre reagito ma è difficile vincere le partite quando si parte così.»
Può sembrare un copia-incolla delle conferenze stampa precedenti, ma queste sono le parole di Sergio Conceiçao alla vigilia di Udinese-Milan, una delle ultime tappe di un campionato che è stato già abbandonato al proprio destino da qualche giornata a questa parte. La trama dell’incontro di questa sera assomiglia molto a quella di film già visti nelle settimane precedenti, quando i ripetuti moniti dell’allenatore non hanno trovato le risposte attese sul campo.
La filosofia dell’eterno ritorno dell’uguale aderisce alla perfezione con la stagione della squadra rossonera, che a sette giorni di distanza dall’avvio choc di Napoli si è ripresentata con leggerezza all’appuntamento contro la Fiorentina, raccogliendo due gol nei primi dieci minuti e tanti fischi dai 70mila di San Siro.
Lo 0-2 iniziale maturato con la Viola è il chiaro segnale di una squadra distratta, composta da elementi con le valigie in mano già da tempo: tra questi, l’indiziato numero uno è Theo Hernandez, a tratti disinteressato alle vicende di campo, che si è guadagnato lo status di separato in casa dopo le ingenuità commesse contro il Feyenoord.

(in tre delle ultime quattro si è trattato addirittura di doppio svantaggio). Nell’unica occasione in cui è andato avanti
per primo – contro il Bologna – ha chiuso con una sconfitta. [Foto Getty Images]
L’allenatore portoghese bramava sin dal suo arrivo settimane di lavoro complete, per poter imprimere sulla sua squadra un’impronta chiara; da quando il calendario è libero dagli impegni infrasettimanali, però, la situazione non è affatto migliorata.
Conceiçao, che ha costruito il suo Porto sui concetti di «compattezza e solidità», non ha mai definito una coppia titolare di difensori centrali, alternando compulsivamente Gabbia, Pavlovic, Thiaw e Tomori, che è diventato a tutti gli effetti un oggetto misterioso negli ultimi due mesi.

Fikayo Tomori è tornato al centro della difesa per il match contro la Fiorentina, ma la prestazione è stata
piuttosto deludente. [Foto Getty Images]
In una squadra come il Milan, dove di gerarchie interne non sembra esservene traccia, il caos regna sovrano, in campo come nella società: mentre sul terreno di gioco si succedono scene grottesche come quelle attorno ai dischetti di Firenze e di Napoli, ai piani alti ancora non è stata fatta chiarezza sulla divisione dei ruoli tra i vari Moncada, Furlani e Ibrahimovic, pizzicato tra uno sbadiglio e l’altro nel pomeriggio di mercoledì all’Arena Civica di Milano, mentre assisteva alla sconfitta della formazione Primavera nella finale di Coppa Italia contro il Cagliari.
Nel frattempo, presso gli uffici di via Aldo Rossi è in corso la ricerca di un nuovo direttore sportivo che aggiunga un tassello a un puzzle societario incompleto.
In questo marasma, il progetto tecnico rossonero può ripartire da alcuni capisaldi: su tutti, Christian Pulisic e Tijjani Reijnders, leader realizzativi e fari della squadra durante i molteplici blackout. Per non dimenticare Rafael Leao, lasciato più volte in panchina per punizione o per non meglio precisati problemi fisici: i suoi sostituti – Okafor prima, Joao Felix poi – ci hanno ricordato quanto siano indispensabili le sue surfate sulla corsia di sinistra.
Dunque, nel segmento di stagione che rimane, l’ultimo motivo di interesse è rappresentato dalla sfida all’Inter in Coppa Italia, che per il Milan è l’unica via verosimilmente percorribile in direzione Europa.
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